Lorenzo Linthout
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Mi chiamo Lorenzo Linthout, sono nato il 29 maggio 1974 a Verona, città nella quale vivo. Ho iniziato a fotografare all'età di sedici anni. Nel 1999 mi sono laureato in Architettura, da quel momento per me è iniziato un lunghissimo letargo fotografico durato per ben sette anni. Ho ripreso nel 2006. Per me la fotografia è saper "vedere" e "fermare" l'istante di un momento attraverso gli ingranaggi dell'universo fotografico ed astrarne significati spazio-temporali dal mondo reale per portarli su di una superficie bidimensionale. Tutto ciò è un ponte reale fra codifica e decodifica di fenomeni ed immagini. Con la fotografia si congela il fenomeno dell'immaginazione e contemporaneamente lo si arricchisce di interpretazione personale.
Dal silenzio all'urlo: viaggio urbano nella dimensione dell'incomunicabilità
L’incomunicabilità, l’indicibilità del reale, la solitudine del soggetto, sono temi onnipresenti di questo secolo che presenta una realtà varia, caotica e confusa. Frastorna l'uomo con un mosaico infinito di possibilità mentali il quale reagisce a questa situazione con il disorientamento, la solitudine derivante dal non riuscire a ricostruire i frammenti impazziti del proprio ventaglio interiore. Dalla città assente alla città industriale, dalla città residenziale alla città antica - vero cuore di Verona - attraverso le barriere doganali, l’ambito militare, le chiese, i ponti ed il fiume: questi sono alcuni punti del mio viaggio urbano, dove mi sono posto come coscienza giudicante, spettatore distaccato, rispondendo con l'afasia, con il silenzio oppure con la decostruzione.Le immagini proposte rappresentano la stasi più immobile, tutto sembra fermo e senza tempo, le figure umane e gli spazi sembrano pietrificati per sempre, ovunque il silenzio più assoluto, atmosfere di apparente semplicità di ciò che mostrano. Le scene urbane, che sono protagoniste, hanno un aspetto dilatato e vuoto. In esse predomina l'assenza di vita proprio grazie alla presenza dell'individuo, ma con il silenzio più assoluto che si tramuta successivamente, attraverso più gesti e con lo sfogo finale, in un tentativo di acquisizione della “parola” intesa come capacità comunicativa.
